Ovidio “Pedro” Pedrali

“Parto volando torno planando” è tutto e il contrario di tutto. E’ un ossimoro come ama definirlo l’autore Ovidio “Pedro” Pedrali, personaggio al di sopra e al di sotto delle righe con l’ opzione della vena letteraria. Un vanesio ante-e-post-litteram che un banale incidente ha messo in condizione di dimostrare a tutto e a tutti che non c’è niente da dimostrare perché niente è mai perduto.
Parole facili da pronunciare per me tanto quanto difficili da interpretare per lui che con la tetraplegia ha a che fare tutti i santi giorni, ma con una costante: dimostrarmi che la tetraplegia, all’esterno, lo ha costretto alla quasi totale immobilità guarendolo dalla tetraplegia interna che non ti costringe su una sedia a rotelle, ma t’impone di guardare la vita mentre scorre via come un fiume in piena e trasporta a valle i detriti.
“Parto volando torno planando” is everything and the opposite of everything. The author Ovidio “Pedro” Pedrali, a character above and below the lines with the option of the literary vein, defines it as an oxymoron. An ante-and post-litteram vain that a trivial incident has put in a position to show everyone and everything that there is nothing to prove because nothing is ever lost.
Words easy to pronounce for me as difficult as to interpret for him that with the tetraplegy has to fightall the holy days, but with a constant: show me day that the tetraplegy, outside, forced him to almost total immobility healing him from internal tetraplegy that does not force you into a wheelchair, but requires you to look at life as it flows away like a river in flood and carries debris downstream.

 

Personalmente, ho avuto l’onore di creare la copertina…
Personally, I had the honor of creating the cover…

 

Ovidio "Pedro Pedrali" - Lino Busetti

COPERTINA – FRONT PAGE

 

…di curare la prefazione…
… to treat the preface …

 

PREFAZIONE

Una tecnica tantrica di meditazione, forse la più diffusa, è quella che pone l’accento sull’ attimo che intercorre tra il respiro che entra e il respiro che esce. È l’attimo impercettibile ed eterno in cui non esiste alcun respiro. Per un frangente smettiamo di respirare. E’ l’attimo in cui noi diveniamo parte dell’eternità, l’’attimo in cui siamo parte integrante del vuoto.

Provate a pensare a quell’attimo e provate a immaginare che il respiro che noi normalmente consideriamo una cosa poco più che scontata, ci venga all’improvviso a mancare. Si, che venga a mancare quello che fino a ieri, anzi fino a pochi istanti fa, era dato per scontato.

Io, nonostante la lunga amicizia che mi lega al protagonista di questo romanzo, non potrò mai conoscerlo tanto da riuscire a capirlo fino i fondo, ma ne posso sicuramente respirare la fragranza. Posso respirare la fragranza dell’uomo che quell’attimo l’ha colto, e l’ha colto nella misura in cui l’ha considerato un’autentica rinascita. Infatti esattamente come il respiro anche gli è rinato dopo un punto di svolta.

“TAO KE TAO FEI CHANG TAO”. Il Tao che si può definire non è il l’autentico Tao.

Indefinibile è quell’attimo ed indefinibile è quello che un uomo può provare a determinate latitudini e longitudini nell’arco della vita, il punto di incontro ove si esprime l’eternità. Il punto di incontro dove la vetta e l’abisso non sono altro che l’immagine speculare di se stesse, Il punto in cui collimano e si fondono.

“ Quello che per il bruco è fine del mondo per il resto del mondo è una farfalla” Stavolta però i fattori si invertono. Per Ovidio, possiamo proprio dire che per il resto del mondo è stata la sua fine. Macchè! In lui si è palesata la FARFALLA.

“Sai che c’è di strano?” E’ che mi sento felice. Felice per la felicità che mi ha dato l’aver letto in anteprima il tuo romanzo. GRAZIE PEDRO.

…e di collaborare con l’autore alla stesura dell’introduzione a 4 mani…
… and to collaborate with the author for the creation of the 4-hands introduction…

 

Dedico questo libro a tutti voi, perché darsi dell’Io senza mettermi a ridere di me stesso, diventerebbe problematico. C’è una vena di sano narcisismo nel mio scritto, laddove forse dovrei lavorare per limarlo. L’immagine che il mio specchio riflette (la copertina) è quella che i miei occhi vedono e riconoscono (come un gatto che ha sette vite), dunque una mia consapevole proiezione. Come il gatto divento testimone sempre all’erta della continua metamorfosi dell’esistenza e mi arrendo alla sua impermanenza. Così il volto imprime la sua traccia sulla superficie seducente dello specchio della mia anima e l’immagine diventa immanente oltre la capacità visiva. Ed allora via la testa, via il collo! Resta l’essenza, ciò che può e deve bastare. Il Tratto identificativo dello stigma del “Chun” (primavera) deve ancora rinsaldarsi ed ancora rimane indefinito ed in via di rigenerazione… E non posso stigmatizzare il narcisismo, il vanesio che se ne evince, perché anch’esso necessita di attenzione e lavoro che però – se non soverchiante – va curato come compagnia simpatica e pericolosa, da usare con precauzione nonostante il suo fascino e la sua attrattiva, ma col merito di avermi spinto a rinascere dopo un doloroso parto.

Rimando chiunque volesse approfondire la conoscenza di questa specialissima opera letteraria a rivolgersi alla propria libreria di fiducia o a cercare sul web le molte possiubilitèà d’acquisto on line anche in formato digitale.
I refer anyone who wants to deepen the knowledge of this very special literary work to turn to their library of trust or to search the web for the many possibilities of online purchase even in digital format.
LINO BUSETTI
Riporto, qui di seguito un breve estratto:
Carryover below a short excerpt:

© 2018 Gruppo Albatros Il Filo S.r.l., Roma

info@gruppoalbatros.com
ISBN 978-88-567-9013-9
I edizione gennaio 2018

Dedico questo libro a tutti voi, perché darsi dell’Io senza mettermi a ridere di me stesso, diventerebbe problematico.

I miei ciliegi penduli sono tutti in fiore. Una lunga attesa per vederne la fioritura, esplosione di candido colore, circondato da numerose api operaie che ne estraggono il nettare dai fiori. Il fiore di ciliegio pendulo non produce frutti, ha un uso ornamentale. Come lo Hanami, la secolare usanza Giapponese di godere della bellezza della fioritura primaverile degli alberi. L’usanza era originariamente limitata all’élite della corte imperiale, ma poi si diffuse nella comunità samurai e poi, durante il periodo Edo, anche nella popolazione comune. E sotto gli alberi, il popolo usava mangiare e bere durante feste allegre. Si prestava molta attenzione all’osservazione nei parchi, santuari e templi per rilassarsi e godere della loro splendida vista. L’associazione giapponese per i fiori di ciliegio ha creato una lista dei cento migliori posti dove osservarli. Una metafora per la natura effimera della vita: la caducità dei fiori, la loro bellezza estrema e la morte rapida, li rendono riccamente simbolici. Nemmeno il tempo di goderne la cromatografia che sono tutti lì per terra, un tappeto incredibile. Quanto sarà simile questa vicenda, che da sempre si perpetua, alla mia che verrà? “Ti viene data solo una piccola scintilla di follia. Non devi perderla.” Robin Williams A fine giornata lavorativa, di buon mattino, nei giorni di riposo, libero da impegni, arrivo a casa e mi preparo per andare a correre. E parto mentre la mente si distrae dai troppi pensieri accumulati. A 54 anni, dopo tante corse, gare, ascensioni in montagna, il corpo mostra parti del motore con un chilometraggio un tantino elevato ma indomito. Il tutore fascia il ginocchio scricchiolante mentre la schiena mi avvisa di non sfruttarla troppo. A ritmo lento mi sento rilassato e la mente si scinde dal corpo e si lascia così libera di spaziare nei pensieri più disparati, quello che è appena passato durante il lavoro, oppure a quello programmato per il giorno dopo, i pensieri familiari, le incombenze della moglie, il figlio in ufficio per il praticantato, mia madre con i suoi dolori, i miei stupendi nipotini… E tutte le emozioni come influiscono sulla mia corsa! Spesso tutti questi pensieri mi distolgono dai movimenti e segnali del corpo come una sorta di doping mentale. E parto nel mio tragitto di periferia, vicino al fiume che passa nel mio paese, in sentieri incantevoli. Come diceva Battisti, colline e praterie dove volano dolcissime le mie malinconie. In primavera è bellissimo annusare il germogliare della campagna. In estate sentire il profumo del fieno, dell’acqua, il cercare la zona d’ombra sotto la pianta che mi ripari dal sole cocente. Anche l’inverno ha il suo fascino. Ti libera dal torpore che ti arreca il dolce far niente attaccato al termosifone. Ha un certo non so che di eroico, se non fosse per la lunga vestizione stratificata. Chi non corre non può capire perché correre è la cosa più bella del mondo. Non può sapere come ci si sente a farlo, ma con fatica, e la soddisfazione di averlo fatto. C’è chi pensa tu sia pazzo o in cerca di un modo per cancellare una crisi passeggera. Chi ti disprezza pure perché fai quello che lui vorrebbe ma non ne ha la forza. Dedichi tempo a te stesso per stare meglio con te e con gli altri. E più sarai felice con te stesso, più la infonderai agli altri. L’amore raccoglie gioia, e a chi non ti capisce spiegagli perché corri. Quando capita di non averne voglia e non sei al massimo, sfidi te stesso e ti cambia la giornata. Correre impegna tempo e fatica ma ti viene tutto restituito ed innalzato all’ennesima potenza. E se non sei in forma, vai piano, bene, male, veloce, ma vai. Perché ti tiene in forma, ti piace vedere e sperare di non essere sovrappeso ed anchilosato. Ti sentirai anche dire: «Lo sai, ti trovo veramente in forma!». Quando corri sei solo, concentrato nell’atto del correre e la mente si libera. Il superfluo scompare e lo spazio restante rimane all’immaginazione, ti rispunta la creatività. Provi persino sballo con le endorfine che il corpo produce sotto sforzo, e anche dopo, concedendoti ebbrezza ed ilarità. E lentamente quel lasso di tempo che dedichi alla corsa diventa un rito, la tua ragione di vita, e poi vedi e ti accorgi di quante cose stupende accadono ogni giorno e alle quali non hai mai prestato attenzione. Sulla sponda del fiume, al crepuscolo… O mio dio, piango di felicità”. Diventa tutto poetico. E se ti infortuni soffri. Torni a casa e incroci tanti runners con quell’espressione soddisfatta sul viso ma pensi: “Domani starò bene e riprenderò”. Sai, penso proprio che se un domani non riuscissi più a correre, se ne andrebbe una parte di me. Ne potrei morire. Penso, ne sono assolutissimamente certo: correrò sempre anche se un giorno dovessi diventare zoppo. Ma perché mai pensare a queste stupidaggini? Tanto non lo diventerò mai! Nulla mi potrà togliere il piacere delle mie emozioni, sarebbe come togliere le ali ad un falco. Accumulare libri è sempre stata una mia passione. Ne posseggo parecchi, li ho letti e spesso riletti tutti. È un po’ come accumulare desideri, e penso che avere molti desideri faccia rimanere sempre giovani. È una sorta di immortalità all’indietro, e tutto è ciclico, si ripete. I miei genitori mi hanno sempre insegnato l’onestà e ad amare, a correre e a sorridere, ma il contatto con i libri ha amplificato i miei orizzonti e gli ideali di vita, uno spaccato di mondo tascabile. La letteratura ha spesso lenito e dissipato parte dei miei dolori portandomi in un’altra realtà da cui mi faccio volentieri rapire permettendomi anche di sognare. Negli spazi di tempo che riesco a ritagliarmi, leggo e leggo ancora. Un buon libro riesce a rendermi pure esausto alla fine della lettura, perché al suo interno riesco a vivere diverse vite, in una sovrapposizione di stati d’animo ove si aprono porte e una volta entrati non se ne esce più. Sono un lettore a tratti compulsivo, se attendo in pizzeria od in un negozio alimentare, i miei occhi si posano sulla lista degli ingredienti. Dopo la lettura le parole non sono più le stesse, si alzano in alto in una zona più rarefatta, perdono peso e poi ricadono come inchiostro, ma modificate nelle nostre annotazioni. E poi, sempre trovando uno spazio di tempo, mi fa star bene donare un sorriso a tutti, ai bambini, a chi ha meno di me, a tutti coloro che soffrono, a mia madre che ha bisogno di me per la spesa, per la visita al cimitero, come supporto fisico e morale, al mio nipotino Andrea, con il quale condivido emozionanti momenti di crescita, a mio figlio Paolo che sta svolgendo il praticantato in uno studio ingegneristico, ad amici poco fortunati a cui cerco di donare parte della mia presenza. E poi le mie passioni che, da buon segno zodiacale gemelli, vengono iniziate in blocco e spesso mai concluse. Ed il mio lavoro che mi appaga, che a contatto con la moda mi lascia spaziare nelle fantasie più svariate. E che dire di tutte le magnifiche persone che conosco e che testimoniano la loro fiducia e lealtà nei miei confronti pur essendo io una persona socievole, ma non eccessivamente sociale? Lupo a tratti solitario, che deve ritagliarsi i suoi spazi per non finire nella claustrofobia mentale: odio i vincoli di qualsiasi natura essi siano. Sono zeppo di impegni, di responsabilità. So che non è facile ma mi consola il fatto che sarò sempre forte e sano. Non mi posso permettere il lusso di fermarmi, è un dovere morale. Un moto perpetuo. Sul mio epitaffio un domani vorrei scritto: Sono stato felice, sono felice e sarò per sempre felice. Un domani lontano però, ora non ho tempo.

. L’incidente

La sveglia in laboratorio segna ormai le diciotto meno dieci minuti. Spengo il computer e riassetto il tutto. Burette, miscelatori, un panno umido di acetone per pulire le eventuali macchie di coloranti residue e resina poliestere sul bancone di lavoro del laboratorio. Il mio lavoro consiste nella colorazione e polimerizzazione della resina per creare semilavorati per bottonifici ed artigiani bigiottieri. Una rapida passata di scopa per dare una seppur minima parvenza di ordine e pulizia che non guasta mai. Sono un chimico ed il camice mi ricorda che nel mio ambito lavorativo l’ordine e pulizia sono elementi essenziali e non possono essere disdegnati. Un rapido sguardo oltre la vetrata della porta che dà sull’ampio piazzale. Una nebbia da lupi. «Si taglia col coltello» sbotta Gianni, il collega chimico con cui lavoro fianco a fianco. «Meglio andarsene a casa subito! Ma sei in moto?» mi chiede tra il serio ed il faceto. Spengo le luci, indosso il piumino ed esco. Accendo lo scooter. Nebbia fitta, si procede a passo d’uomo. Dopo circa trecento metri e giunto alla rotonda quasi completamente inghiottita dalla nebbia, mi immetto lentamente sulla provinciale. Mi sento inaspettatamente scaraventato in aria in una frazione di secondo, mentre sotto vedo scintille. La parte anteriore della moto ha impattato nel cordolo che delimita la rotonda. Buio pesto. Un attimo dopo, ancora intimorito e tramortito, non completamente cognitivo, mi risveglio sdraiato sull’erba mentre una mano mi sorregge la nuca. Non è un incubo, ho avuto un incidente, e da quanto intuisco non di lieve entità. La soccorritrice che mi tiene fermo mi tempesta di domande, con il chiaro intento di tenermi sveglio. Mi faccio sfilare il cellulare dal giubbotto con il quale le faccio comporre il numero di casa. «Pronto, Lisi? Prima che tu lo venga a sapere dagli altri, ti informo che ho avuto un incidente». «Come stai?» mi chiede. «Mah, non ti saprei dire – sento il freddo che mi sale per le gambe, un brutto presagio – Scusami, ma ti devo lasciare perché le forze mi stanno abbandonando e sento che sto perdendo i sensi!». Era per me essenziale che sentisse la mia voce, se non altro per lasciare accesa una fiammella di speranza e rassicurare gli animi. Anche se sono perfettamente cosciente che non sarà così. Sento delle lacrime scendere dagli occhi, ma non so se sia sangue o umidità. Avverto un triste presentimento d’addio. Cerco di auto-rilassarmi, cerco la pace interiore e, con gli occhi rivolti al cielo, recito interiormente una preghiera per il papà e fratello deceduti, certo che da lì a poco li avrei rivisti. Silenzio e quiete. Sereno, con un respiro un po’ affannoso, prendo in prestito da un film una vecchia frase che un capo Sioux recitò prima di immolarsi per salvare il suo popolo orgoglioso. Un mix tra spontaneo e teatrale: Oggi è un buon giorno per morire! Dio, aiutami, ti affido la mia anima! E poi il nulla, l’assoluto nulla. Se non poco tempo dopo (o tanto), una porta di autoambulanza sbattuta. Il coma Mi sento spedito lontano, in una realtà ed ambienti totalmente diversi. Avevo fatto migliaia di chilometri. Ero in viaggio, aeroporti, spazi, declivi, mari. Il tutto senza spazio e dimensioni, ma dove non ero mai stato. Credo che la mente sognante e a zonzo per diversi giorni possa tradurre quello che ho attorno ed in un certo qual modo mi dia le coordinate per raccontarmi la partita che sto giocando. Non so se riuscirei io oggi, dopo più di un anno, a ridisegnarne l’itinerario su una mappa. Ma mai, proprio mai, luoghi spaventosi e brutti. Ricordo un percorso simile a quello in cui mi allenavo vicino al fiume, ma completamente interrotto da cascate e ruscelli con acqua abbondante e limpida. Al bisogno mi sdraiavo al sole di una casa senza tetto, su un attico che si affacciava direttamente su uno specchio di acqua turchese e ora blu cobalto, come una foto caraibica. Si vedeva nitidamente il fondo bianchissimo, con ciottoli che ne evidenziavano ancor di più la trasparenza cristallina dell’acqua. Mi ci tuffavo, anche se conscio che le gambe nuotavano con difficoltà. Ed una meravigliosa forza sovrannaturale proveniente da sotto agiva come un motore velocissimo che mi faceva scorrazzare in ogni direzione come se volesse sollevarmi a filo d’acqua raggiungendo paesaggi e angoli pieni di colore, luminosissimi, con spiagge bianchissime. Lanciavo l’amo ed i pesci abboccavano in continuazione, ma poi li lasciavo liberi di tornarsene nel proprio habitat. E in un istante una forza di due braccia sotto le ascelle che amorevolmente fungevano da ali. Mi facevano compiere mille giri, ogni tanto scendevo in picchiata fino a lambire cespugli di sottobosco che profumavano di fragole, mirtilli e lamponi. Ero qui, ero lì, se volevo il caldo ero al sole, se volevo il fresco mi nutrivo di brezza. Mi sono sempre sentito avvampato di una protezione presente. Ed è difficile spiegare quanto siano realistici quei paesaggi. Li potrei disegnare. So che quei posti non esistono, ma sono sicuro di esserci stato. E ci stavo talmente bene che li custodisco gelosamente nel mio scrigno mentale, oltre che nel cuore. Risveglio Quando lentamente ho riaperto gli occhi, ero nudo, non potevo parlare, muovermi, mangiare e bere. Non potevo per motivi medici e perché non lo sapevo più fare. *


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